Il Roccaverano DOP e il suo caleidoscopio di sfumature

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Ci sono esperienze che ti cambiano il modo di guardare qualcosa che già conosci. Pensavo di conoscere il Roccaverano DOP – ne ho raccontato le tre stagionature, ho camminato tra torri, vigneti, boschi e calanchi, ho ascoltato le storie degli allevatori. Pensavo, appunto. Poi mi sono ritrovata seduta a un tavolo di giuria, davanti a quattordici campioni senza nome, senza etichetta, senza volto, senza nomi ed ho capito che di strada da fare per conoscere il Roccaverano DOP ne ho ancora tanta!

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La Fiera Carrettesca ha il ritmo di sempre: voci, colori, il profumo misto di fritto e legno, la gente che si muove, si ferma, chiacchiera. Fuori è tutto movimento e rumore. Dentro, nella sala consiliare del Comune di Roccaverano, al tavolo della commissione ONAF dedicata al commercio, il mondo si restringe a un piatto, una biro, un numero. Quattordici campioni di Roccaverano DOP provenienti da quattordici produttori diversi. La valutazione è alla cieca, nel senso più assoluto: nessuna indicazione, nessun suggerimento, solo il formaggio che parla. E il Roccaverano DOP, ve lo dico, sa parlare.

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Quello che ho scoperto – o forse riscoperto con occhi nuovi – è che questo formaggio non ha una sola voce. Ne ha tante, e cambiano tutte le volte. Alla Fiera Carrettesca i concorsi erano due: il primo, quello del miglior produttore, metteva a confronto formaggette tutte della stessa stagionatura – dai 10 ai 12 giorni – stessa età, stesse condizioni, per far emergere la differenza pura tra un allevamento e l’altro, tra una mano e l’altra. Il secondo, quello del commercio, di cui facevo parte io, ragionava in modo diverso: le formaggette erano quelle che si trovano davvero nei negozi, con stagionature diverse, ognuna a un punto diverso del suo percorso. E dentro ogni fase, ancora variazioni, sfumature, personalità inaspettate. Perché ogni Roccaverano DOP porta con sé tutto: il pascolo, l’erba di quella stagione, l’acqua di quella valle, le mani di chi l’ha lavorato, il freddo o il caldo di quella settimana.

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È un formaggio che assorbe il mondo intorno a sé e lo restituisce in forma di sapore. Questo significa, per chi lo trova sullo scaffale di un negozio, una cosa bellissima: non comprerete mai due volte la stessa cosa. Ogni Roccaverano DOP che porterete a casa avrà la sua sfumatura, la sua personalità del momento. E anche la conservazione in negozio fa la sua parte – un formaggio così sensibile racconta anche come è stato trattato, se ha avuto spazio per respirare, se è stato rispettato. È un prodotto vivo, nel senso più letterale.

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Alla fine della degustazione, accompagnata da un entusiasmo genuino come il Roccaverano, mi sono ritrovata a pensare a tutto il percorso di questi anni con il progetto Rob-In. Le vigne, i boschi di nocciole, i campi di cereali antichi, le greggi di capre che salgono verso prati e calanchi. Filiere diverse, storie diverse, ma tutte caratterizzate dalla stessa cosa: la scelta di farlo come si faceva una volta, o meglio ancora, di farlo come si deve.
Il Roccaverano DOP è il racconto di una storia quotidiana di resistenza: quella di chi alleva, lavora, aspetta, rispetta i tempi della natura in un mondo che va sempre di fretta. Ed è forse per questo che queste terre, già bellissime da guardare, diventano ancora più belle quando le si capisce. Perché dietro ogni formaggetta c’è qualcuno che ha scelto di non cedere. E quella scelta, alla fine, si sente.

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